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Le nostre paure

Ci permettiamo di riprendere dalla pagina fB di Paolo Malaguti, un suo intervento davvero interessante e pieno di stimoli. In un tempo di ansia e paura a causa dell’emergenza “coronavirus”, sono parole che fanno pensare.

Care amiche e cari amici, oggi è il primo marzo, e stando alle abitudini avrei dovuto pubblicare il calendario delle presentazioni del mese.
L’incerta evoluzione degli eventi mi obbliga a un rinvio di qualche giorno, in attesa di sapere se gli incontri previsti in questi primi del mese verranno confermati o rimandati.
Spero, come tutti, che a breve arrivino notizie confortanti, e che i ritmi della nostra vita sociale possano normalizzarsi.
Guardando al mio particolare (perdonatemi, so bene che c’è ben altro cui porre attenzione, ma ognuno di noi ha i suoi orizzonti…) spero che le date dei primi incontri con il nuovo romanzo vadano in porto, il 27 marzo a Battaglia Terme e il 28 marzo a Bassano del Grappa, dagli amici della Palazzo Roberti… Ma su questo ritornerò con notizie più precise.

Nel frattempo, cercando come d’abitudine di vedere il bicchiere mezzo pieno, approfitto della mattina di pioggia per azzardare una riflessione non breve, continuo però a credere che il nostro tempo abbia sete di meditazione e di pensiero lento, e credo che i linguaggi e i canali con cui ci presentiamo agli altri spesso costituiscano un ostacolo a ciò.
In tal senso, forse gli scossoni di questi giorni possono fornire un utile spunto per riflettere sulle nostre gerarchie di valori, sui nostri rapporti, e quindi su noi stessi, senza cadere nella tentazione della fomula sintetica o, peggio, del pregiudizio e del retropensiero.
Qualche giorno fa, di fronte all’agitazione montante, ho pubblicato un post che faceva riferimento al “Decameron”, negli stessi giorni ho letto altre riflessioni ben più interessanti, che chiamavano in causa Tucidide, Paolo Diacono, Ammiano Marcellino, Lucrezio e giù fino alla bella lettera del preside milanese sulla peste manzoniana.
Mi pare evidente una sorta di asimmetria: oggi non siamo di fronte al morbo nero, non morirà il 50% della popolazione italiana. Eppure la pervasività dell’argomento, direi quasi l’ossessione verbale e iconica attorno al tema dell’epidemia comunicano un senso di emergenza, di allarme, di precarietà che sinceramente fatico a giustificare.
Da un lato l’allarme esiste, è un fatto, e, giusto o sbagliato che sia, le sue conseguenze già si fanno sentire e si faranno sentire a lungo in scenari difficili da prevedere, ma certamente non rosei.
D’altra parte però mi pare che, al di là del virus in sé, una discreta percentuale della preoccupazione che si respira in tv o nei social sia fumosa, fuori focus: come se la fonte massima della nostra preoccupazione sia la paura stessa, non l’oggetto della paura.
Provo a spiegarmi con un esempio: in un suo famoso saggio lo storico francese Marc Bloch descrive il fenomeno della “mitogenesi di trincea”. Sul fronte franco-tedesco della Grande Guerra lo stress psico-fisico, unito alla frammentarietà delle notizie, spesso diede vita a “fake news” date fermamente per vere dai soldati: armi segrete con cui il nemico si preparava al loro annientamento, avvelenamento dei depositi d’acqua, tradimento di interi reparti pronti a darsi al nemico, fino (ebbene sì) ad epidemie diffuse nell’esercito da misteriosi cospiratori (poco importa se ebrei o bolscevichi o anarchici).
Ciò generava, in un circolo vizioso, ulteriore stress, angoscia, sfiducia…
Ora, il paradosso cui assistiamo è questo: i soldati nelle trincee di Verdun erano giustificati in queste mitogenesi dal loro scarso accesso alle notizie. Noi siamo aggrediti dalle stesse mitogenesi come conseguenza di una ipertrofia incontrollata delle fonti di notizie. Come dire: troppa comunicazione (o troppa comunicazione senza vincoli né regole) genera non-comunicazione.
Da qui vorrei però procedere in un secondo passaggio: i soldati della Grande Guerra, come gli ateniesi di Tucidide o i milanesi di Manzoni, avevano di fronte a sé una oggettiva giustificazione per cedere all’angoscia e darsi a notizie incontrollate: la gente moriva a manciate. Ad oggi in Italia la mortalità da Coronavirus si aggira attorno al 2,5%.
Perché dunque questo allarme sociale. In primo luogo, detto in grande sintesi, oggi la vita in Italia vale molto. Abbiamo un’altissima aspettativa, abbiamo uno stile di vita elevato, degli standard di benessere sopra la media mondiale, per cui oggi morire a sessant’anni genera stupore: a sessant’anni uno ha ancora una vita da vivere davanti a sé. Quindi sia quantitativamente sia qualitativamente il nostro tempo in questo mondo “ha valore”, e ci terrorizza l’idea di perderlo, perdonatemi il gioco di parole, anzitempo.
Ma non è tutto qui. C’è un altro aspetto che credo sia un motore molto potente all’agitazione verbale, all’allarme comunicativo in cui siamo immersi. Proprio il benessere che ci rende così “ingestibile” l’idea di morire ha costituito una cesura, una frattura antropologica profondissima tra un prima e un poi. Il prima, per certi versi, rende i nostri nonni più simili a Renzo e Lucia di quanto non lo siano rispetto a noi, loro nipoti. Leggendo le pagine di Meneghello, di Coltro, di Pasolini, si capisce che “quel” mondo aveva due cose sostanzialmente “altre” dal nostro:
a) la partecipazione comunitaria a delle “verità” condivise e indiscusse, che davano senso al vivere (anche se spesso era un vivere precario e faticoso) e al morire. Azzardando un esempio semplicistico, oggi un Manzoni avrebbe problemi a trattare il tema della Provvidenza, se ambientasse il suo romanzo nel tempo della vaporizzazione delle certezze, fondate o illusorie che siano.
b) la contemplazione della e la conseguente meditazione sulla morte come parte costitutiva della quotidianità. Partendo dalle morti “normali” delle bestie dell’aia, arrivando alla “morte in casa” dei vecchi, passando per le frequenti morti dei bambini entro i primi tre anni di vita (sia i miei nonni paterni che i miei nonni materni raccontavano di loro fratellini morti “in cuna”, e non capivo, non accettavo la normalità con cui narravano quelle che, dal mio punto di vista, erano tragedie inconcepibili).

Oggi abbiamo (per certi versi fortunatamente) allontanato la morte dalle nostre case, l’abbiamo relegata in dimensioni all’apparenza inoffensive (le stanze sterili d’ospedale e gli schermi dei nostri televisori o tablet). Ma così facendo abbiamo inevitabilmente perso degli anticorpi culturali, e ora ci troviamo nudi, deboli e impreparati a gestire l’eventualità del “contagio”, il rischio di poter essere parte di quel 2,5% di decessi da Coronavirus.
Tanto più che, rispetto all’altra grande paura degli anni recenti, ossia l’AIDS, questo Coronavirus è una malattia che sta al di là della morale, piglia tutti, non fa distinzioni, mentre il grande alibi (anche se in certa misura falsante) nei confronti dell’AIDS è stato, specie negli anni 90, che quello non te lo prendevi “se ti comportavi bene”… Differenza non da poco nell’approccio emotivo al male (anche se, ad esempio, si chiudevano ipocritamente gli occhi sui contagiati emotrasfusi, ma questa è un’altra storia…).

Tornando a noi: cosa fare allora? Tornare indietro a “sti anni antichi, quando i copava i peoci coi pichi”? Rimpiangere una società con una mortalità infantile al 25%? No, ovvio. Ma favorire ai nostri ragazzi l’incontro con quei mondi sì, ora più che mai, attraverso lo studio della storia e, direi più ancora, dell’arte e della letteratura. Più che mai ora esaminare le conseguenze di una civiltà del profitto e dell’edonismo, per provare, se non a riprogettarla dalla base, almeno a modificarla in parte nelle nostre relazioni, partendo dalla comunità, dall’educazione che si fa anche narrazione, incontro con l’altro fondato sulla parola meditata e lentamente compresa e condivisa.
In altre parole (appunto, parole…): a una cultura comunicativa dell’immediatezza pronta a sacrificare regole e valori all’efficacia di superficie e al tornaconto economico o di visibilità mediatica, opporre una cultura dell’incontro, del rispetto per la persona e della riflessione, che ci aiuti anche a gestire la paura della morte. Del resto anche i nostri nonni temevano la morte, come la temevano nel 600 e nel 300. Forse loro la accettavano più di noi. Di sicuro noi possiamo in media ragionarci sopra più di loro.” (Paolo Malaguti, post da lui pubblicato il 01.03. sulla sua pagina fB)

La scuola al tempo del Coronavirus (di Maria Pia Veladiano)

mariapia-veladiano-asqdRiportiamo un contributo davvero interessante e utile della cara Maria Pia Veladiano, pubblicato oggi su Repubblica, e da lei condiviso sulla propria pagina fB. Ci paiono parole davvero sagge e piene di lungimiranza.

Non è una decisione che si può prendere facilmente quella di chiudere le scuole. Anche solo un giorno. Quando i giornali pubblicano titoli del tipo: “Sciopero dei docenti. Scuole chiuse”, non è mai vero. I presidi sono tenuti a mettere in atto tutte le misure organizzative possibili per assicurare la sorveglianza degli studenti senza chiudere le scuole. Solo quando l’adesione dei docenti o dei collaboratori è così massiccia che in nessun modo si può assicurare l’incolumità dei ragazzi dentro le aule, è possibile chiudere, ma solo i plessi scoperti. Il preside deve fare una determina motivata, in cui indica come e perché è costretto sospendere le lezioni. Le scuole chiuse rappresentano quindi nella realtà e nel simbolo l’eccezionalità del momento, anche perché in questi giorni non solo sono sospese le lezioni, ma sono chiusi anche gli uffici di segreteria. A memoria di chi sta nella scuola, non è mai capitato, nemmeno con le nevicate eccezionali del 1985.
Finora si è trattato di due (il primo ciclo) o tre giorni (le superiori e l’università). Praticamente un ponte con le vacanze di Carnevale. Adesso per Veneto, Emilia Romagna e Lombardia si tratta di una settimana intera. E’ un periodo significativo che ha un impatto importante sul piano della riorganizzazione familiare e, per la novità, anche sull’organizzazione della didattica e della scuola stessa. Una settimana o due non rappresentano una tragedia per i programmi purché la scuola riesca a mantenere il legame con il processo di apprendimento. “Lasciar cadere” questi giorni vuol dire perdere l’opportunità di verificare quanto le scuole si sanno attrezzare per una didattica che possa dare continuità all’apprendimento, anche a distanza, attraverso modalità e strumenti che ci sono già e che sono sicuramente conosciuti e apprezzati dagli studenti. Si può fare. Per situazioni particolari come la malattia prolungata di uno studente, più o meno tutte le scuole sono in grado di farlo, anche perché si ingaggiano i docenti su base volontaria e di solito si prestano i tecnologicamente più attrezzati. Un tempo non era così, adesso invece sì. Nello stesso modo ora però si tratta di organizzare una didattica a distanza in modo strutturato, coinvolgendo in modo sistematico e ordinario tutti i docenti e tutti gli studenti. Le scuole che hanno già messo a regime modalità di didattica a distanza stanno lavorando senza difficoltà. Sicuramente sembrano meglio attrezzate le università. Gli altri livelli di scuola si muovono a spot. Il Miur ha organizzato un gruppo di supporto per le scuole che vogliono sperimentarla, in corsa, vista l’emergenza, invitando a collaborare “i produttori di hardware e software che desiderano rendere disponibili a titolo gratuito i propri prodotti”. In realtà è qualcosa che non si può improvvisare e che non potrà proprio essere senza costi, come chiede il Ministero, ma la strada sarà questa e i giorni particolari che stiamo vivendo ci dicono che si deve percorrerla con saggezza.”

Mariapia Veladiano

L’amore ha la forma di una rosa (e non di una sfera)

Nel post Sanremo si è molto dibattuto sulla performance di Roberto Benigni, che ha portato il Cantico dei Cantici sopra il palco della nota gara canora, ma idealmente nelle case di tutti noi. Da un lato molti hanno apprezzato l’intento, “la laica evangelizzazione” di un appassionato dell’arte e della mistica, più che della religione in sé; altri invece hanno evidenziato lacune in una forzatura di significato che ha fatto deragliare l’opera stessa in una prospettiva erotica (non che il Cantico in sé non ne abbia, di componente), a servizio della cultura odierna. Il dibattito è aperto; tra i tanti contributi, puntuale come tutti i lunedì dalle pagine del Corriere della Sera, Alessandro D’Avenia ci aiuta a cogliere come “l’amore abbia la forma di una rosa, e non di una sfera“. Da leggere, e magari proporre – specie con gli studenti più grandi – in una bella riflessione/dibattito sul tema dell’amore, argomento cosi solo apparentemente lontano dal mondo degli adolescenti, e invece fondamentale.  L’amore ha la forma della rosa – Dal Corriere della Sera 17 febbraio 2020

Ritorna anche quest’anno il MONDIARIO!

CopertinaPuntuale come un orologio svizzero, ritorna anche quest’anno la bella proposta del MONDIARIO, rilanciata dal nostro amico e collega Dario Pravato. 

Nell’edizione di quest’anno un contributo significativo per la sua realizzazione è stata fornita dal Maestro giocattolaio Roberto Papetti e dall’illustratore, già premio Andersen 2017, Marco Paci. Sono nove le schede del MONDIARIO, dedicate al gioco da costruire: un MONDIARIO bello, utile e che fa del bene! Per maggiori info si può contattare Dario Pravato al numero 3402274410 o dariopravato@hotmail.com

Comunicato stampa 2020    Lettera dal DIRIGENTE SCOLASTICO PROVINCIALE    Locandina 2020    Progetto Mondiario 2020

Liceo Frisi di Monza, dalla cronaca nera alla riflessione pedagogica

Il liceo scientifico Paolo Frisi di Monza, uno dei più rinomati della zona, negli ultimi giorni è finito, suo malgrado, al centro delle pagine di cronaca. Due ragazzi che frequentavano la scuola sono infatti arrivati a togliersi la vita.

Avvenuti a pochi giorni l’un dall’altro, questi episodi hanno destato sgomento, scalpore, rabbia, timore. La dirigente scolastica, Lucia Castellana, non ha voluto sottovalutare l’episodio, ma si è fatta subito promotrice di un incontro con le famiglie dei giovani dell’istituto per invitarli a restare il più vicino possibile ai loro figli e a prestare attenzione a ogni possibile comportamento ritenuto inusuale. Certo, come docenti non possiamo non condividere la necessità di fare una riflessione sia sulla fragilità dei nostri ragazzi, ma anche sul dialogo educativo (oltre che didattico) che instauriamo con loro. 

Articolo del Corriere sul caso Liceo Frisi

Qualche valido motivo per studiare … religione

Anche se “vecchio” di due anni, questo contributo del collega Andrea Monda pubblicato su “Avvenire” si legge sempre volentieri. Grazie alla sua penna “concreta e incisiva” Andrea ci indica infatti alcuni validi motivi, che giustificano agli occhi degli studenti il senso di studiare “anche” religione.  Ecco come far capire ai ragazzi perché vale la pena fare religione

Prime indicazioni operative per Esame di Stato

Sull’edizione on line di Ed Scuola la giornalista Emanuela Micucci offre un primo sunto delle indicazioni operative, a cui saranno chiamati i commissari per la Maturità 2020. Ed scuola 05 febbraio 2020

“Quello che potevano”

Sophie Scholl, una delle componenti del movimento di giovani della Rosa Bianca

Siamo oramai alla fine di una settimana densa di incontri, emozioni, celebrazioni per il Giorno della Memoria. Per questo assume ancora più valore rileggere quanto Alessandro D’Avenia ha scritto lunedì scorso, dalle pagine del Corriere della Sera. Come suggerisce l’amico Fernando Cerchiaro, una copia di questo scritto andrebbe appesa in ogni sala insegnanti, dai piccoli della materna alla scuole primaria, alla scuola secondaria di I° fino alla II°.  “Non si può commemorare la shoah durante la prima ora e, la seconda, dire a uno studente «non vali niente». Le ipocrisie della memoria demoliscono la memoria. Per fare memoria non basta narrare l’olocausto e mostrarne i testimoni, per fare memoria bisogna «farsi» memoria.” Parole magistrali: buona lettura. Alessandro D’Avenia intervento lunedì 27 gennaio 2020 Corriere della Sera

Janusz Korczak, un esempio come educatore, pedagogista, maestro

In questi giorni di celebrazioni per il Giorno della Memoria, ci piace ricordare Janusz Korczak, educatore, pedagogista e soprattutto amico dei bambini. La sua figura è stata di esempio e guida, in un momento davvero drammatico del secolo scorso. Lo ricordiamo con questo breve video.

Incontro su “L’educazione è cosa del cuore” a Cornedo

Ci viene segnalato che sabato 1 febbraio, alle 16.30 nella sala San Giovanni a Cornedo, si svolge questo interessante incontro (promosso dall’Unità Pastorale Cornedo Muzzolon Spagnago) con la partecipazione straordinaria (perché straordinario è il personaggio!) di Johnny Dotti, educatore e pedagogista. Il titolo dell’incontro è “L’educazione è cosa del cuore”: per chi ne ha la possibilità, è occasione da non perdere.  Johnny Dotti, classe 1963, è sposato con Monica e padre di quattro figli, è imprenditore sociale, pedagogista e docente a contratto all’Università Cattolica di Milano. Amministratore delegato di «On impresa sociale» e già consigliere delegato e presidente di Cgm (la più grande rete di cooperazione sociale in Italia) e di Welfare Italia, ha pubblicato diversi libri: Buono è giusto. Il welfare che costruiremo insieme (con M. Regosa, Sossella), Oratori generatori di speranza (Emp), Giuseppe siamo noi (con M. Aldegani, San Paolo) e Con:dividere (Sossella).

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